i sedili nobili in città infeudate: il caso di Rossano

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    riccardo greco
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    La ricostruzione storica delle vicende dei sedili calabresi si sta affrancando dalle finalità araldiche che avevano animato le ricerche pre e post belliche, con studi più centrati sul ruolo sociale ed economico delle classi dirigenti, espresse dai gruppi locali nobiliari. E in effetti, rispetto alla visione imposta dapprima dalla Consulta Araldica del Regno e poi dal Corpo della Nobiltà Italiana, con distinguo e discriminazioni legati ad una legislazione nobiliare a cui la tradizione meridionale è estranea, c’è oggi una riscoperta dell’effettività storica. Tuttavia anche lavori pregevolissimi come quello di Francesco Campennì sui patriziati calabresi, pur cogliendo il senso generale delle dinamiche sociali antiche, perdono in termini di conoscenza degli statuti e delle prassi delle singole città, per la difficoltà di conoscerne i documenti specifici. Laddove, proprio i documenti, sono la chiave di volta per capire quante differenze ci fossero da luogo a luogo, in ragione degli assetti stratificatisi nei secoli nei singoli contesti, e in base a una politica di salvaguardia dei privilegi via via concessi o autorizzati dal Sovrano.
    Per ciò che riguarda Rossano, della quale sono noti moltissimi atti sovrani che attestano l’antichità del suo sedile e la persistente attività nonostante l’infeudazione del 1612, e dopo questa nei secoli successivi, fino alla generale soppressione del 1800, uno in particolare ne è il segno distintivo. Mi riferisco al Regio Assenso alla chiusura del Sedile, impartito dal Collaterale Consiglio nel 1643 come si conserva nel Grande Archivio di Stato di Napoli (collaterale decretorumm vol 111 foll. 107-108).
    Già di per sè rara la disponibilità di un provvedimento reale di ratifica della chiusura del Sedile, si tratta di un documento che, all’evidenza, smentisce tutta una serie di astratte elucubrazioni sull’esistenza di un vero sedile in una città infeudata, dando contezza di come la storia sia espressione di vita vissuta, mentre le sciocche diatribe araldiche (nobili si/nobili no) si sono accontentate di astratte ricostruzioni posteriori basate sull’ignoranza delle fonti. Di tanti altre notizie archivistiche darò conto se ci sarà interesse.

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